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Giggirriva

Il campione di Leggiuno, sardo di adozione, non c’è più. Gigi Riva, “Giggirriva” come lo chiamavano in Sardegna, ci ha lasciati il 22 gennaio

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Tempo di lettura: 8 min.

A cura di Vincenzo Segreto

Gigi Riva ci ha lasciati in una fredda sera di gennaio, nella “sua” Cagliari, dopo un ricovero in ospedale che sembrava aver scongiurato il peggio. E invece no. La nera Signora dalla lunga falce, gli ha preso la vita, senza riguardi e senza pietà. E così, “l’Immortale”, giocherà ora le sue partite in cielo, magari accanto a Beckenbauer di cui, dopo quella famosa gara all’Azteca di Città del Messico, Italia-Germania quattroatre, semifinale di Coppa Rimet, aveva ammirato da vicino l’eleganza dei movimenti e la sagacia tattica, anche con un braccio immobilizzato per un infortunio. Gigi Riva non c’è più, e si fa davvero fatica a metabolizzare l’evento.
Lui, nato nel novembre del 1944, era stato un figlio della guerra¸ come lo erano stati quasi tutti di quel Cagliari che, nel 1970, avevano conquistato uno scudetto tricolore e consegnato l’isola all’onor del mondo. Ad eccezione di Reginato e Martiradonna, tutti erano nati tra il 1939 ed il 1946, sotto un cielo gravido di bombe, disperazione e fame.

Leggiuno, il Lago Maggiore

Leggiuno, a due km dalla riva del Lago Maggiore, gli aveva dato i natali, unico maschio di una famiglia con tre figlie donne. C’era poco da mangiare per tutti i giorni, ma gli stenti erano coperti da una gran dignità, anche se la mamma forse piangeva di nascosto e suo padre si isolava prendendo fra le mani la testa, per cercare di nascondere la loro condizione di poveri. E quel poco che c’era era polenta, sempre e solo polenta.
Gigi giocava nel campetto dell’oratorio; aspettava sera per tornare a casa, con una convinzione: meno della polenta non avrebbe potuto avere e, fino a che c’era quella, avrebbe avuto la forza di tirare calci ad un pallone. “Ragazzo – gli diceva il padre – giochi partite che non finiscono mai. Ma prima c’è la scuola e tu non sei Skoglund. Sei solo Luigi Riva”. “Se divento bravo, voglio fare il calciatore -rispondeva il piccolo Luigi- perché mi piace fare i gol”.
Luigi era molto più maturo della sua età: la morte sul lavoro del papà e l’affidamento in collegio, da dove cercò sempre di scappare, ne avevano reso più spigoloso il carattere; era insofferente alla disciplina rigida imposta dalle suore. Aveva bisogno dei suoi spazi di libertà, di un campo su cui correre e di un pallone cui dare calci. Fino a quando, conseguito a 14 anni un diploma di scuola media, non terminò la sua esperienza di collegiale e, dopo quattro anni, tornò a casa, fra le braccia rassicuranti della mamma. Un pò come vincere una partita e lui, la sua, dopo evasioni e tribolazioni, poteva considerarla vinta.

Il calcio, per Gigi era tutto. Forse, aveva capito in anticipo che, attraverso il calcio, avrebbe potuto dare una mano concreta in famiglia. Ma non ci fu tempo, perché sua madre venne portata via da un male incurabile, appena un mese dopo aver firmato un contratto con il Legnano.

L’approdo al Cagliari

Quindi, la cessione al Cagliari di Arrica per 37 mln, con Bologna, Lazio e Spal, che avevano ne avevano seguito a lungo le prestazioni, beffate sul tempo. Gigi, senza conoscerlo, arrivò ad odiare Arrica che gli avrebbe concesso, allora, palcoscenici di serie B, mentre le altre squadre che lo avevano cercato erano in serie A.
Cosa poteva sapere, Gigi, del Cagliari, della Sardegna, dei sardi? Nulla, così come nulla sapeva della squadra di cui avrebbe dovuto indossare la maglia. Per lui, la Sardegna era solo una regione lontana, violenta, arretrata, di latitanti, di pastori poveri che diventavano banditi. E trovarsi su quell’isola era un’ulteriore difficoltà per chi voleva fare calcio come lui. Anche se, nel 1963, Rocca (presidente) e Arrica (vice) stavano costruendo, insieme al tecnico Silvestri un gruppo interessante, portando a Cagliari calciatori come Martiradonna, Rizzo, Greatti che andavano ad affiancarsi alla vecchia guardia dei Tiddia, Congiu, Miguel Longo. Quindi, il dilemma era: accettare o no il trasferimento?
Alla fine, Gigi si decise per il sì ed arrivò a Cagliari accompagnato dalla sorella Fausta. Entrambi avrebbero avuto modo di fare conoscenza con i sardi, di capire le loro abitudini ed il loro sistema di vita ma, soprattutto, se il loro modo di intendere la vita era in linea con i pensieri di Gigi da Leggiuno. Poi, avrebbero comunicato ai dirigenti cagliaritani le loro impressioni e le loro decisioni.

La prima stagione in Serie B

Nella prima gara, a Prato, il Cagliari si impose per 1-0. Il gol, manco a dirlo, lo segnò Riva, con la maglia numero 11 sulle spalle. Altri due gol li realizzò ad Udine per sancire un pari che diede al Cagliari la certezza matematica della serie A. Le grandi feste che ne seguirono ed il tripudio di un popolo servirono a far capire a Gigi che l’immagine della Sardegna, dipinta così arretrata e così in mano alla criminalità, probabilmente era diversa. Forse non poteva considerarsi moderna ma neppure violenta.
E mentre i grandi dubbi di Gigi cominciavano a venire meno, si convinse anche di cominciare a guardare Cagliari con occhi diversi. Si impose di conoscere una città povera ma molto dignitosa al pari di tutta la Sardegna, che aveva solo subito le angherie della storia, restandone sfruttata e sottomessa.
Gigi aveva promesso a se stesso che sarebbe andato via da Cagliari dopo un anno, ma erano stati sufficienti dodici mesi vissuti intensamente per indebolire quella idea. Era anche tentato di vivere l’esperienza in serie A fra quella gente, così calda e coinvolgente che, domenicalmente, riempiva gli spalti del vecchio stadio Amsicora.
Alla fine convenne che a Cagliari stava bene e, quindi, l’addio all’isola poteva anche aspettare. Al primo anno di A fu sesto posto in classifica, con vittorie interne su Juventus e Milan e suoi due gol decisivi che fecero impazzire i tifosi al grido di “Giggirriva! Giggirriva!” A Legnano Luigi era diventato Gigi, a Cagliari era nome e cognome tutto attaccato con le consonanti raddoppiate. Quasi un grido di battaglia!

La Sardegna diventa famosa

Fu la stagione 1968/69 quella in cui la popolarità della Sardegna, di Riva e del Cagliari con alla guida Scopigno, arrivò dovunque: nel Gennargentu, nella Barbagia, nel Supramonte, la domenica i pastori portavano al pascolo i loro greggi con l’orecchio attaccato alla radiolina per ascoltare le gesta di Giggirriva.
Che non era solo l’idolo dei pastori ma anche dei banditi. E fra questi Graziano Mesina, il più famoso, che fra un’evasione dal carcere e l’altra, quando poteva andava allo stadio a vedere il suo Riva. Fu un secondo posto; Riva fu cannoniere principe con 20 gol e, ormai, punto fermo della Nazionale.
Lo scudetto arrivò la stagione successiva e furono i calciatori figli della guerra a conquistarlo, trascinati dalla furia del leone di Leggiuno, senza l’assillo o le pressioni tipiche di altre piazze, perchè Cagliari seppe dimostrarsi città calorosa e protettiva dei suoi calciatori, mai prevaricatrice. Riva, di questo, fu particolarmente contento, allergico com’era all’invadenza altrui.

Cagliari discreta

A Cagliari lo avevano capito presto e lo avevano rispettato, al pari degli altri compagni di squadra. E, quando lo vedevano passeggiare da solo sulla spiaggia del Poetto o seduto sempre allo stesso tavolo della stessa trattoria, nessuno lo infastidiva, consentendogli di trascorrere i suoi momenti normali da persona normale. La città non divenne mai soffocante, ma fu luogo ideale per fare il calciatore come Gigi aveva sempre desiderato. Fu questo il motivo principe per cui Riva rifiutò a più riprese le super offerte economiche delle squadre del nord, Juve su tutte, che avrebbero fatto carte false pur di averlo fra le loro fila.

Cagliari per sempre

“Non lascerò mai Cagliari e giocherò quì fino alla fine della mia carriera”. Dire di no a Gianni Agnelli non fu, però, un atto di sfida al potente ma un modo per realizzare un proprio equilibrio personale che doveva rispondere ad altre regole, ben diverse da quelle correnti, dominate dal denaro e dal profitto. Gigi a Cagliari è stato bene perché i sardi gli hanno voluto bene, perché Cagliari e la Sardegna non sono stati soltanto il calcio, ma un mondo che lo ha accolto facendogli sentire tutto il calore possibile.
Anche quando le vicende sentimentali e la “colpa” di aver amato una donna sposata avevano alimentato illazioni e pettegolezzi, rendendogli amaro il mondiale in Messico dove, secondo i più, il suo rendimento non fu pari alle attese. Fu l’introduzione della legge sul divorzio a non far considerare più “adultera” la sua Gianna, consentendo ai due di vivere la loro storia d’amore come avevano sempre desiderato.

Rispetto

I sardi hanno saputo capire anche quel momento, accettando le scelte fatte da chi ne aveva innalzato il livello di dignità. Dare rispetto è il modo migliore ed esclusivo per chi chiede rispetto. Questo, i sardi e Rombo di Tuono come lo aveva definito Gianni Brera dopo una partita a San Siro contro l’Inter battuta 3-1 con due suoi gol, lo hanno sempre saputo. E, dopo le iniziali ritrosie del giovane Gigi, ne hanno fatto quasi un naturale punto d’onore. Per questo, a volte, si può anche aspettare per mettere la propria vita al primo posto.

Ti sia lieve la terra, immenso Giggirriva!




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